Affrontare il giudizio sociale

       IO e gli Altri: quando il giudizio altrui crea malessere.

Vogliamo essere accettati e stimati dagli altri a tal punto che arriviamo a mettere da parte i nostri desideri e a non vivere pienamente la nostra vita.

Il bisogno di essere accettati è un bisogno ancestrale frutto dell’evoluzione. Nella preistoria gli uomini avevano la necessità di appartenere ad un gruppo per sopravvivere e per proteggersi dai pericoli esterni. Di conseguenza era fondamentale confrontarsi con i membri della tribù “ vado bene?”…”sono abbastanza forte?”… ”mi sto adattando? ”… per uniformarsi ed evitare di esserne espulsi. Da questa capacità di valutare sé stessi in relazione alle altre persone deriva l’importanza attribuita al giudizio sociale.

Ancora oggi ciò che le persone pensano di noi influenza gran parte dei nostri comportamenti: cosa vestire, chi frequentare, cosa dire, come reagire … . Questo può essere utile nella misura in cui ci permette di avere delle linee guida rispetto al comportamento morale di una società o di una comunità ed aumenta inoltre la motivazione a migliorarci ed a porci degli obiettivi di realizzazione personale ( in un’ isola deserta a chi interesserebbe fare carriera, avere una bella casa, una macchina potente ecc. … ).

Tuttavia quando questa attenzione al giudizio degli altri diviene esagerata, caratterizzata da un continuo rimuginio: “che penseranno …?”, ”non devono saperlo”, “non posso essere me stessa”…. può determinare malessere e sofferenza. Tale è la condizione di chi ad esempio non esprime le sue idee, non afferma i propri diritti e subisce le decisioni altrui onde evitare di creare disappunto in chi gli sta accanto. Frequentemente i disagi emotivi sono proprio causati dalla valutazione di impossibilità di realizzare gli obiettivi e di vivere la vita in base alle proprie scelte. Impossibilità dovuta più alla paura della disapprovazione di amici e parenti che ad ostacoli oggettivi.

Ed è così che il corpo reagisce e si ribella tramite sintomi fisici quali ad es. cefalee, dolori articolari, disturbi addominali o attacchi di panico ecc. … . Spesso questi sintomi sono proprio il segnale di allarme che ci indicano che c’è qualcosa che non va. Stiamo veramente vivendo secondo i nostri valori? stiamo dando priorità a ciò che per noi è importante? O stiamo sprecando la nostra esistenza cercando di compiacere gli altri e stiamo vivendo una vita che altri hanno scelto per noi? I tentativi di assecondare la volontà altrui per evitare il giudizio negativo determinano a lungo andare rabbia e risentimento, emozioni che oltre a creare malessere ed insoddisfazione condizionano il comportamento a tal punto da logorare relazioni significative. In questo modo attribuiamo ad altri la colpa dei nostri fallimenti “l’ho fatto per te … è colpa tua se ora sto male…” Ma a volte è più semplice fare questo piuttosto che assumersi la responsabilità di come agire. Di conseguenza non si sta bene con sé o con gli altri.

COSA POSSIAMO FARE

Prendiamoci del tempo per attenzionare ciò che proviamo e per capire cosa non va. Cosa ci sta a cuore? a quali aspetti importanti non stiamo dando valore ( la famiglia, il lavoro, gli amici, la cura di sé …) o stiamo trascurando?. Quali decisioni non prendiamo per paura della disapprovazione delle persone che ci stanno accanto?. E soprattutto ne vale la pena?.

Apprendiamo ad essere assertivi ovvero:

Valutiamo quando è utile esprimere le nostre idee, chiedere ciò di cui abbiamo bisogno ed insistere su quanto per noi è fondamentale (senza però pretendere che l’altro ci assecondi).

Facciamo valere il diritto di dire “NO” piuttosto che subire le decisioni altrui, soprattutto quando queste sono contrarie ai nostri desideri.

Teniamo in considerazione che ognuno di noi ha il diritto di scegliere come vivere (nel rispetto dei diritti altrui) purchè ci assumiamo la responsabilità delle nostre decisioni.

Diamo importanza a noi stessi ed ai sogni che vogliamo realizzare.

 

Dott. ssa Sonia Sardo

Il binge drinking tra adolescenti: strategie per i genitori.

 

dipendenza da alcol

Il binge drinking tra adolescenti: strategie per i genitori.

In Italia negli ultimi anni si è assistito ad un allarmante utilizzo di alcol tra i giovani. Difatti secondo i dati raccolti dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza su un campione di 8.000 adolescenti in tutto il territorio nazionale, l’avvicinamento dei ragazzi all’alcol è molto precoce. Nella fascia d’età compresa tra gli 11 e i 13 anni, il 36% dichiara di bere bevande alcoliche e 1 su 10 si è  già ubriacato. Nei ragazzi più grandi dai 14 ai 19 anni, il 55% beve alcolici e il 24% fino a stare male. Il modello di consumo degli adolescenti è quello tipico dei Paesi del Nord Europa denominato binge drinking. Questo termine è utilizzato per indicare il bere alcolici e super alcolici in quantità intossicanti (5 o più drink per i ragazzi e 4 o più drink per le ragazze), fino a stare male, in una singola occasione e in un tempo ristretto.

Nell’adolescenza, il consumo di alcol interferisce con il normale sviluppo cognitivo, emotivo e delle competenze sociale . Esso è associato a numerosi comportamenti a rischio come attività sessuale precoce, impulsività, violenza, bullismo oltre che ad una riduzione delle prestazioni scolastiche. Inoltre, coloro che iniziano a bere prima dei 15 anni di età hanno un rischio 4 volte maggiore di sviluppare alcoldipendenza da adulti.

QUALI SONO I FATTORI CHE LO FAVORISCONO?

Alcune ricerche evidenziano come il comportamento di binge drinking  sia un  fenomeno di gruppo che facilita la socializzazione, l’accettazione sociale e l’evitamento di emozioni negative.

Nell’adolescenza aumenta l’esigenza di intensificare i rapporti con i coetanei per sperimentare la propria autonomia ed emancipazione dalla famiglia. Il sentirsi appartenete ad un gruppo di amici suscita sicurezza. Per cui il giovane tende a conformarsi ai comportamenti dei membri del gruppo che adottano il binge drinking come mezzo per divertirsi. Quindi l’assunzione di bevande alcoliche, in un breve lasso di tempo, facilita questa appartenenza. Inoltre il consumo di alcol determina, nell’immediato, disinibizione e ciò viene valutato positivamente dai ragazzi in quanto  “si è più socievoli e divertenti”.

L’alcol viene, anche, utilizzato come mezzo per fronteggiare ansia, disagio, vergogna. Emozioni che vengono sperimentate nell’interagire con i coetanei.

COSA PUO’ FARE LA FAMIGLIA

Molte ricerche hanno evidenziato come un buon rapporto con i genitori, basato sul sostegno, sul dialogo e sull’incoraggiamento favorisca il benessere dell’adolescente e l’acquisizione di capacità che gli permettano di essere competente dal punto di vista cognitivo, emotivo e relazionale. Una comunicazione autentica con gli adulti ha un effetto protettivo nei confronti di comportamenti dannosi quali il binge drinking.

INDICAZIONI PER I GENITORI

Facilitate il dialogo con i vostri figli. Ascoltateli, cercate di capire cosa vi stanno comunicando senza arrivare subito alle conclusioni. Non sminuite ciò di cui stanno parlando, concedete loro piena attenzione. Interessatevi delle relazioni amicali dei vostri figli (solitamente si chiede “come va a scuola” ma non “come ti trovi con i tuoi amici”). Esprimete apprezzamento per i loro punti di forza e per i comportamenti positivi. Questo farà sentire i ragazzi accettati e supportati.

Favorite il problem solving. Piuttosto che dare soluzioni, ponete i ragazzi in condizione di capire quali siano le diverse modalità per affrontare una situazione o per divertirsi in gruppo. Considerate assieme a loro le conseguenze a breve e lungo termine dei comportamenti dannosi. Suggerite l’opportunità di dire “NO” alle pressioni dei coetanei per comportamenti rischiosi. Motivate le vostre considerazioni in modo da far capire quello che per voi è importante e che avete a cuore il loro benessere. Ciò li aiuterà ad essere autonomi e responsabili.

Promuovete la Competenza emotiva. Chiedete ai ragazzi cosa provano in determinate situazioni e quando interagiscono con i coetanei. Fate capire loro che il provare emozioni fa parte dell’esistenza umana. Quelle poco piacevoli non devono esser necessariamente evitate in quanto normali reazioni agli eventi che si affrontano ed al relazionarsi con gli altri. Incoraggiateli, quindi, a prendere le decisioni in base agli obiettivi ed a ciò che per loro è importante (essere socievoli, divertirsi….) e non per evitare ansia, vergogna, imbarazzo. Tutto questo li renderà forti dinnanzi alle difficoltà.

Tenete presente che gli adulti sono dei modelli, necessita quindi coerenza con i messaggi che volete trasmettere.

 

I Social Network

Il fenomeno “Social Network” nasce negli anni ’90, ma è solo nel 2003 che si afferma con la creazione negli Stati Uniti della piattaforma MySpace. Da quel momento in poi è stato un proliferare continuo di piattaforme social: Facebook, Instagram, Twitter per citare forse i servizi più conosciuti.

Pian piano essi hanno modificato profondamente la nostra vita e il complesso delle nostre abitudini relazionali tanto da interessare diverse fasce d’età. Non solo un fenomeno giovanile.

Le giornate sono caratterizzate dall’uso di smartphone, tablet e computer mezzi divenuti oggi indispensabili per accedere alla socialità virtuale………..

Uso ed abuso dei Social Network

Il fenomeno “Social Network” nasce negli anni ’90, ma è solo nel 2003 che si afferma con la creazione negli Stati Uniti della piattaforma MySpace. Da quel momento in poi è stato un proliferare continuo di piattaforme social: Facebook, Instagram, Twitter per citare forse i servizi più conosciuti.

Pian piano essi hanno modificato profondamente la nostra vita e il complesso delle nostre abitudini relazionali tanto da interessare diverse fasce d’età. Non solo un fenomeno giovanile.

Le giornate sono caratterizzate dall’uso di smartphone, tablet e computer mezzi divenuti oggi indispensabili per accedere alla socialità virtuale.

E’ diventato più semplice ed immediato comunicare perché più semplice ed immediato è inviare un messaggio via chat e incontrarsi on-line piuttosto che investire tempo e risorse emotive per un rapporto “faccia a faccia”.

Tutto questo ha naturalmente rivoluzionato il nostro modo di rapportarci agli altri compresi familiari ed amici. Ormai ci è difficile fare a meno della comunicazione on-line mediata dai social network.           Di conseguenza è divenuto possibile allargare la propria rete sociale, entrando più facilmente in contatto con persone geograficamente distanti, condividere esperienze  in “real time” mediante l’utilizzo di diversi canali (testo,foto, video, audio). Inoltre i Social Network permettono di intrattenere conversazioni su vari temi, di esprimere diverse parti di sè con minore imbarazzo, di far parte di gruppi con gli stessi interessi e soprattutto di essere visibili ed ascoltati.

Questo strumento presenta, anche effetti negativi. La facilità ed immediatezza di fruizione dell’interazione virtuale può, in alcuni casi, far correre il rischio ad alcune persone di sostituirla a quella reale e diretta. Quest’ultima è costituita da massaggi verbali e non verbali (espressione facciale, contatto oculare, tono della voce…) i quali rivestono un ruolo fondamentale nella comunicazione e nell’ espressione e condivisione emotiva dell’essere umano. Se da un lato si può percepire minore senso di solitudine e di isolamento, maggiore inclusione e partecipazione in quanto gli altri diventano immediatamente disponibili tramite una chat o un semplice “like”, dall’altro viene meno il calore, la spontaneità e la genuinità di un rapporto umano.

Alcune ricerche (Ferguson e Perse, 2000; Leung, 2001) hanno messo in evidenza che le motivazioni che spingono all’uso del social network sono:

  • bisogno di appartenere ad un gruppo;
  • mantenimento di relazioni, la comunicazione on-line permette di rimanere sempre in contatto con i propri amici anche con quelli non raggiungibili perché lontani;
  • incontro di nuove persone;
  • tendenza a compensare problemi comunicativi presenti nella comunicazione faccia a faccia con la socializzazione on-line;
  • divertimento.

Questi fattori possono facilitare in alcune persone, quelle più fragili dal punto di vista emotivo, l’uso eccessivo della rete fino a costituire una vera e propria dipendenza, con ripercussioni sulla vita personale e relazionale.

Si determina, quindi, una situazione paradossale dove per compensare una difficoltà di socializzazione, per soffocare sensazioni di vuoto e solitudine, per evitare disagio ed imbarazzo viene utilizzato uno strumento che nell’immediato fa star bene, ma a lungo termine sostituisce la socialità reale con quella illusoria e superficiale. Il rischio è di rimanere ancor più soli ed isolati, aggrappati ad un profilo di sé fittizio ed idealizzato.

E’ nella vita reale che abbiamo maggiore possibilità di sperimentarci, valutare quali sono i comportamenti che funzionano o meno e di conseguenza solo nella vita reale possiamo apprendere ad essere competenti dal punto di vista interpersonale e costruire una “reale” rete sociale.

I Social possono esser utili ad ampliare le conoscenze, a mantenere contatti geograficamente distanti, a condividere interessi, a creare opportunità ma non possono sostituire un incontro vis a vis.

In quanto esseri umani abbiamo bisogno di condividere, ci sentiamo bene se accettati dagli altri stiamo male se rifiutati. Tuttavia è proprio nell’interazione dal vivo che possiamo cogliere i segnali sociali (tono di voce, espressione facciale, contatto fisico) che stimolano la produzione di endorfine e ci danno la sensazione di benessere e connessione con gli altri (Carter 1998, Wang, 2005). E sono queste sensazioni che riescono a tranquillizzarci e ad attenuare le emozioni negative derivanti da una perdita, da una delusione o da un fallimento.

Facciamo, quindi, della rete un utilizzo equilibrato ed intelligente in modo da esserne utilizzatori e non dipendenti.

Attacchi di Panico

L’attacco di panico è uno stato di intensa paura che raggiunge il suo picco nel giro di circa dieci minuti. Esso è caratterizzato dalla comparsa, spesso inaspettata, di alcuni sintomi quali:

palpitazioni o tachicardia;
sensazione di asfissia o di soffocamento;
dolore o fastidio al petto (es. senso di oppressione toracica);
sensazioni di sbandamento o di svenimento (es. debolezza alle gambe, vertigini, visione annebbiata);
disturbi addominali o nausea;……….

immagine attacchi di panico

L’attacco di panico è uno stato di intensa paura che raggiunge il suo picco nel giro di circa dieci minuti. Esso è caratterizzato dalla comparsa, spesso inaspettata, di alcuni sintomi quali:

  • palpitazioni o tachicardia;
  • sensazione di asfissia o di soffocamento;
  • dolore o fastidio al petto (es. senso di oppressione toracica);
  • sensazioni di sbandamento o di svenimento (es. debolezza alle gambe, vertigini, visione annebbiata);
  • disturbi addominali o nausea;
  • sensazioni di torpore o di formicolio;
  • brividi di freddo o vampate di calore;
  • tremori o scosse;
  • bocca secca o nodo alla gola;
  • sudorazione accentuata;
  • sensazione di irrealtà (derealizzazione) o sensazione di essere staccati da se stessi (depersonalizzazione);
  • confusione mentale;
  • paura di perdere il controllo o di impazzire;
  • paura di morire.

A chiunque, in determinate condizioni, può capitare di avere un attacco di panico. Si può parlare di Disturbo da attacco di panico quando gli attacchi si verificano in modo ricorrente ed inaspettato, la persona presenta per un periodo di tempo (almeno un mese) timore di avere altri attacchi (ansia anticipatoria) ed è presente un significativo cambiamento di comportamento.

 

Conseguenze del disturbo

Le persone con disturbo di panico vedono la propria esistenza pesantemente condizionata dall’ansia anticipatoria relativa alla comparsa di nuovi attacchi, dagli evitamenti e dai comportamenti protettivi che mettono in atto per fronteggiare la propria condizione.

Spesso la persona colpita da attacco di panico utilizza STRATEGIE PROTETTIVE (ad esempio il controllo della respirazione…) e di EVITAMENTO (quali ad esempio, evitare certi luoghi o farsi sempre accompagnare da un familiare o una persona di fiducia “che conosce il problema”). Questi comportamenti di cui la persona non riesce a fare a meno peggiorano in realtà la situazione rinforzando l’ansia ed i sintomi del panico. Inoltre deteriorano la qualità di vita determinando una situazione di dipendenza dalle figure protettive e di significativa limitazione dell’ autonomia.

 

Terapia

Il disturbo di panico è molto frequente. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ne soffre tra l’1,5% e il 3,5% della popolazione mondiale, soprattutto donne. Nel trattamento del disturbo di panico, la psicoterapia cognitivo comportamentale ha dimostrato ampiamente e scientificamente la propria efficacia.

Dopo la comprensione del problema (a mezzo della fase di assessment) la persona è aiutata a prendere consapevolezza dei circoli viziosi del panico ed a liberarsene attraverso l’ ESPOSIZIONE GRADUALE alle sensazioni ed alle situazioni temute al fine di riacquistare la propria autonomia e libertà personale.

 

Anoressia Nervosa

Anoressia Nervosa

I criteri diagnostici DSM-5 dell’anoressia nervosa sono i seguenti:

 

  • Restrizione dell’assunzione di calorie in relazione alle necessità, che porta a un peso corporeo significativamente basso nel contesto di età, sesso, traiettoria di sviluppo e salute fisica. Il peso corporeo significativamente basso è definito come un peso inferiore al minimo normale oppure, per bambini e adolescenti, meno di quello minimo atteso.
  • Intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassi, oppure un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, anche se significativamente basso.
  • Alterazione del modo in cui viene vissuto dall’individuo il peso o la forma del proprio corpo, eccessiva influenza del peso o della forma del corpo sui livelli di autostima, oppure persistente mancanza di riconoscimento della gravità dell’attuale condizione di sottopeso.

Tipo con restrizioni: Durante gli ultimi 3 mesi, l’individuo non ha presentato ricorrenti episodi di abbuffate o condotte di eliminazione (per es., vomito autoindotto o uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi). In questo sottotipo la perdita di peso è ottenuta principalmente attraverso la dieta, il digiuno e/o l’attività fisica eccessiva.

 

Tipo con abbuffate/condotte di eliminazione: Durante gli ultimi 3 mesi, l’individuo ha presentato ricorrenti episodi di abbuffata o condotte di eliminazione (cioè, vomito autoindotto o uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi).

 

Livello di gravità attuale

Lieve: Indice di massa corporea ≥ 17 kg/m2

Moderato: Indice di massa corporea 16-16,99 kg/m2

Grave: Indice di massa corporea 15-15,99 kg/m2

Estremo: Indice di massa corporea < 15 kg/m2

 

La fenomenologia clinica si è modificata nel corso del tempo: negli anni Sessanta prevaleva l’anoressia restrittiva, basata sul digiuno e l’astinenza; nei decenni successivi sono stati descritti casi più frequenti di anoressia bulimica.

Epidemiologia

L’ anoressia nervosa in passato era una patologia rara quasi esclusiva delle classi sociali medio – alte. L’aumento dei casi di tali disturbo è iniziato nella seconda metà del Novecento e si è intensificato negli anni Settanta.

E’ un disturbo soprattutto femminile (90-95% dei casi) e l’età di esordio è compresa fra i 10 ed i 30 anni; l’età media d’insorgenza è 17 anni. La distribuzione di frequenza nell’età di esordio è, probabilmente, bimodale con due picchi intorno ai 14 e 18 anni. Sembra in aumento il numero di casi che si manifestano in età tardiva e postmenopausale.

Nei maschi l’età di esordio è verso i 14 anni e le classi sociali maggiormente interessate sono quelle medio basse. I criteri diagnostici sono gli stessi di quella femminile fatta eccezione dell’amenorrea che è sostituita dalla perdita di libido. L’anoressia è frequente nei paesi Occidentali industrializzati, in Australia e nuova Zelanda, in Sud Africa ed in Giappone. Invece è praticamente assente nei paesi poveri dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. La si può, quindi, ritenere una sindrome cultural – bound legata ai valori della cultura occidentale che enfatizzano la perfezione e la magrezza. Sembra che la sua diffusione nei Paesi dell’Est Europeo, nei Paesi del Terzo Mondo e fra gli immigrati da nazioni povere verso nazioni ricche sia legata a processi di occidentalizzazione.

 

ASPETTI DA ATTENZIONARE

E’ utile sapere che sintomi quali preoccupazione (fissazione) per il cibo, impulso ad abbuffarsi, difficoltà di concentrazione, depressione, irritazione…. sono conseguenze fisiologiche naturali della denutrizione. Inoltre il digiuno è il meccanismo fondamentale che favorisce le abbuffate e le conseguenti condotte compensatorie.

Tali comportamenti inappropriati (digiuno, abbuffate e condotte compensatorie) vanno attenzionati in quanto determinano complicanze fisiche quali alterazioni ematologiche ed elettrolitiche, debolezza muscolare, stipsi, crampi, aritmie cardiache, danni renali, rigonfiamento delle ghiandole salivari, danni ai denti, edema, atrofia cerebrale, ed alterazioni endocrine.

Per cui l’obiettivo del trattamento non è l’aumento di peso ma il raggiungimento di un peso naturale e di una corretta alimentazione che favoriscano la ripresa del regolare funzionamento ormonale.

 

 

 

Bibliografia

 American Psychiatric Association (2013),  Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition (DSM-5) [tr. it. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi  mentali, Quinta edizione (DSM-5) (p. 391). Milano: Raffaello Cortina Editore, 2014] Arlington: American Psychiatric Publishing.
AMERICAN PSYCHIATRIC ASSOCIATION (1994), DSM-IV. Diagnostic and statistical manual of mental disorders (4th edition), American Psychiatric Association, Washington (tr. It. DSM-IV. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali,Masson, Milano, 1996).
 Annali della Sanità Pubblica “I disturbi del comportamento alimentare”1998, vol.III.
 Beck A.T., Rush A. J., Shaw B. F., Emery G. (1979), Terapia cognitiva della depressione, Boringhieri, Torino, 1987.
Sanavio (2002), Psicoterapia cognitiva e comportamentale, Carocci editore, Roma.
 Wells A. (1999) Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia, McGraw-Hill, Milano.
 Dettore (2003) “Il disturbo ossessivo-compulsivo. Caratteristiche cliniche e tecniche di intervento”McGraw-Hill, Milano.
Doron e coll. “Relationship-centered obsessive- compulsive phenomena “Psicoterapia Cognitivo Comportamentale, vol. 18-n.1-2012.
A.Galeazzi, P.Meazzini (2004) “Mente e Comportamento”Giunti ed., Milano.

 

Ansia

Il concetto di ansia è multidimensionale ed è caratterizzato da varie componenti:

fisiologica: che si manifesta con una attivazione del sistema vegetativo simpatico e determina tremore, tachicardia, ipertensione, sudorazione ecc..;
comportamentale: con comportamenti di freezing (congelamento), fuga ed evitamento;
cognitiva: dove caratteristiche sono le idee di sovrastima di pericolo e di sottostima delle proprie capacità di farvi fronte…………

immagine Ansia, Terapia cognitivo comportamentale ansia

ANSIA

Il concetto di ansia è multidimensionale ed è caratterizzato da varie componenti:

  • fisiologica: si manifesta con una attivazione del sistema vegetativo simpatico e determina tremore, tachicardia, ipertensione, sudorazione ecc..;
  • comportamentale: con comportamenti di freezing (congelamento), fuga ed evitamento;
  • cognitiva: caratteristiche sono le idee di sovrastima di pericolo e di sottostima delle proprie capacità di farvi fronte.

L’ansia ha un’importante valenza adattiva e di sopravvivenza nell’uomo. Difatti un livello di moderata attivazione della stessa è utile per motivare l’individuo a mobilitare risorse e migliorare la sua performance, mentre un livello di ansia elevato determina uno stato di blocco che se permane può esser invalidante.

Per cui è possibile considerare “patologica” l’ansia nel momento in cui essa limita la capacità operativa dell’uomo, ovvero quando una persona non è più in grado di fare ciò che prima riusciva a compiere senza problemi.

 

Il Disturbo D’Ansia Generalizzato

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato è caratterizzato dalla presenza di ansia e preoccupazione eccessive, che si manifestano per la maggior parte del tempo per almeno 6 mesi, nei riguardi di una quantità di eventi o attività.

L’individuo ha difficoltà a controllare la preoccupazione: l’ansia e la preoccupazione sono accompagnate da alcuni tra questi sintomi quali irrequietezza, facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi, irritabilità, tensione muscolare e sonno disturbato.

L’intensità, la durata o la frequenza dell’ansia e della preoccupazione sono eccessive rispetto alla reale probabilità o impatto dell’evento temuto. La persona trova difficile  interrompere la preoccupazione. Gli adulti con Disturbo d’Ansia Generalizzato spesso si preoccupano per circostanze quotidiane, abitudinarie, come responsabilità lavorative, problemi economici, salute dei familiari, disgrazie per i propri figli o piccole cose (come faccende domestiche, riparazioni all’automobile, far tardi agli appuntamenti).

Dal punto di vista cognitivo la persona tende a compiere degli errori per cui considera come pericolosi molti eventi (sovrastima) e  valuta sé stesso non in grado di poterli affrontare (sottostima delle proprie capacità). In questo modo dinnanzi ad eventi classificati come pericolosi si viene ad attivare una condizione di ansia con manifestazioni a livello affettivo (stato di apprensione…), cognitivo (pensieri di pericolo, ipervigilanza…), comportamentale ( tremore, inceppi nell’eloquio…) e fisiologico ( tensione muscolare, iperventilazione….) .

La terapia Cognitivo Comportamentale aiuta la persona ad acquisire nuove abilità ed a testare le proprie capacità in modo graduale dinnanzi alle situazioni temute.

 

 

Bibliografia

 American Psychiatric Association (2013),  Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition (DSM-5) [tr. it. Manuale diagnostico e statistico dei  disturbi mentali, Quinta edizione (DSM-5). Milano: Raffaello Cortina Editore, 2014] Arlington: American Psychiatric Publishing.
 AMERICAN PSYCHIATRIC ASSOCIATION (1994), DSM-IV. Diagnostic and statistical manual of mental disorders (4th edition), American Psychiatric Association, Washington (tr. It. DSM-IV. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali,Masson, Milano, 1996).
 Annali della Sanità Pubblica “I disturbi del comportamento alimentare”1998, vol.III.
 Beck A.T., Rush A. J., Shaw B. F., Emery G. (1979), Terapia cognitiva della depressione, Boringhieri, Torino, 1987.
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 Wells A. (1999) Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia, McGraw-Hill, Milano.
 Dettore (2003) “Il disturbo ossessivo-compulsivo. Caratteristiche cliniche e tecniche di intervento”McGraw-Hill, Milano.
Doron e coll. “Relationship-centered obsessive- compulsive phenomena “Psicoterapia Cognitivo Comportamentale, vol. 18-n.1-2012.
A.Galeazzi, P.Meazzini (2004) “Mente e Comportamento”Giunti ed., Milano.

Disturbo Ossessivo Compulsivo

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo è caratterizzato da ossessioni (ovvero pensieri, immagini, impulsi ricorrenti e persistenti che causano  notevole ansia o disagio) e compulsioni (comportamenti o azioni mentali ripetitivi volti ad attenuare il disagio).

Vi sono varie tipologie di ossessioni e di compulsioni  che variano da caso a caso (non è possibile in questa sede elencarle tutte).

Le ossessioni più frequenti sono di:……………

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo è caratterizzato da ossessioni (ovvero pensieri, immagini, impulsi ricorrenti e persistenti che causano  notevole ansia o disagio) e compulsioni (comportamenti o azioni mentali ripetitivi volti ad attenuare il disagio).

Vi sono varie tipologie di ossessioni e di compulsioni  che variano da caso a caso (non è possibile in questa sede elencarle tutte).

Le ossessioni più frequenti sono di:

  • contaminazione es. paura di contrarre qualche infezione, preoccupazione per germi…..;
  • aggressione es. timore di fare del male a sé o agli altri…;
  • ordine es. necessità che le cose siano collocate secondo un preciso ordine…;
  • sessuali es. avere pensieri perversi, paura di esser omosessuali…;
  • dubbi ripetitivi dubitare di aver eseguito un comportamento o un’azione abitudinaria….

Fra le compulsioni le più comini sono quelle di pulizia (eccessivo lavaggio del corpo o parti di esso…), di controllo (eccessive verifiche di aver eseguito un’azione es. controllo di aver chiuso una porta o di non aver commesso errori….),  di accaparramento (accumulo esagerato di oggetti inutili e difficoltà a disfarsene).

Le compulsioni possono anche esser mentali (es. rituali mentali quali pregare o ripetere frasi o parole…)

Rientrano in questo disturbo anche le tematiche relative alle reazioni sentimentali dove le tematiche ossessive ed i comportamenti di controllo riguardano i dubbi: sulla relazione sentimentale (è la relazione giusta ?), sui propri sentimenti  nei confronti del partner (lo amo veramente ?) e sui sentimenti del partner nei propri confronti (mi ama veramente ?..).

Molte persone presentano o hanno presentato nel corso della loro vita ossessioni e/o compulsioni ma ciò che determina rilevanza clinica ovvero un disturbo vero e proprio è la sofferenza, il marcato disagio e l’interferenza con le attività quotidiane della persona.

Tra i bambini l’età di inizio del disturbo è tra i 9 – 10 anni, mentre tra gli adulti l’età media di esordio è tra i 20 – 29 anni.

Alcuni studi affermano che i maschi presentano tale disturbo ad un’età più precoce rispetto alle donne.

 

TERAPIA DEL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO

Le tecniche elettive della Psicoterapia Cognitivo Comportamentale per questo disturbo sono l’esposizione e la prevenzione della risposta.

Queste si basano sul principio che l’ansia diminuisce imparando ad affrontare le situazioni o gli stimoli che la determinano inizialmente ritardando e successivamente eliminando (anche gradualmente) i rituali compulsivi.

A queste tecniche si associano, inoltre, una ristrutturazione cognitiva volta modificare il significato che la persona attribuisce alle ossessioni.

Bibliografia
American Psychiatric Association (2013),  Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition (DSM-5) [tr. it. Manuale diagnostico e statistico dei  disturbi mentali, Quinta edizione (DSM-5). Milano: Raffaello Cortina Editore, 2014] Arlington: American Psychiatric Publishing.
AMERICAN PSYCHIATRIC ASSOCIATION (1994), DSM-IV. Diagnostic and statistical manual of mental disorders (4th edition), American Psychiatric Association, Washington (tr. It. DSM-IV. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali,Masson, Milano, 1996).
Annali della Sanità Pubblica “I disturbi del comportamento alimentare”1998, vol.III.
Beck A.T., Rush A. J., Shaw B. F., Emery G. (1979), Terapia cognitiva della depressione, Boringhieri, Torino, 1987.
Sanavio (2002), Psicoterapia cognitiva e comportamentale, Carocci editore, Roma.
Wells A. (1999) Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia, McGraw-Hill, Milano.
Dettore (2003) “Il disturbo ossessivo-compulsivo. Caratteristiche cliniche e tecniche di intervento”McGraw-Hill, Milano.
Doron e coll. “Relationship-centered obsessive- compulsive phenomena “Psicoterapia Cognitivo Comportamentale, vol. 18-n.1-2012.
A.Galeazzi, P.Meazzini (2004) “Mente e Comportamento”Giunti ed., Milano.

 

 

Depressione

La Depressione o più esattamente il Disturbo Depressivo Maggiore rientra tra i disturbi dell’umore. Essa è caratterizzata,  da alcuni sintomi tra questi:

Umore depresso per la maggior parte del tempo;
Perdita o marcata diminuzione di interessi o di piacere nella vita;
Significativa perdita o al contrario aumento di peso e cambiamenti nell’appetito;
Disturbi del sonno quali insonnia o ipersonnia;
Agitazione o rallentamento psicomotorio;
Affaticabilità o mancanza di energia;…………

La Depressione o più esattamente il Disturbo Depressivo Maggiore rientra tra i disturbi dell’umore. Essa è caratterizzata,  da alcuni sintomi tra questi:

  • Umore depresso per la maggior parte del tempo;
  • Perdita o marcata diminuzione di interessi o di piacere nella vita;
  • Significativa perdita o al contrario aumento di peso e cambiamenti nell’appetito;
  • Disturbi del sonno quali insonnia o ipersonnia;
  • Agitazione o rallentamento psicomotorio;
  • Affaticabilità o mancanza di energia;
  • Sentimenti di autosvalutazione o di colpa;
  • Ridotta capacità di pensare o di concentrarsi;
  • Pensieri ricorrenti di morte.

 

Modelli eziologici

Per comprendere l’eziologia della depressione è necessario prendere in considerazione tanto l’aspetto biologico, quanto quello psicologico.

Per quanto concerne il primo le ipotesi sono molte e le più accreditate riconducono tale disturbo ad un deficit dei meccanismi di regolazione dei sistemi omeostatici della noradrenalina, serotonina e dopamina.

I sistemi noradrenergici si attivano in situazione di stress e dal loro malfunzionamento derivano sintomi quali la diminuzione della concentrazione, la perdita di interessi, l’anedonia ed il rallentamento psicomotorio. La serotonina, invece, è implicata nella regolazione di vari comportamenti quali il controllo del ritmo sonno-veglia, l’alimentazione ed il controllo dei ritmi circardiani. Infine la dopamina sembra agire sui fenomeni di ricompensa e sulla motivazione per cui un deficit nella regolazione di questo neurotrasmettitore determina deficit cognitivi e motori propri di una situazione di learned helplessness.

Altre ipotesi parlano di disregolazione nella produzione di alcuni ormoni dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e dell’asse ipotalamo-ipofisi-tiroide. Rimane però da chiarire se tali alterazioni siano le cause o piuttosto gli effetti di uno stato depressivo.

Per quanto concerne l’aspetto psicologico mi sembra interessante introdurre brevemente l’ipotesi cognitiva facendo riferimento alla teoria di A. Beck.

Ognuno di noi nel corso della vita sviluppa delle conoscenze su di sé e sul mondo circostante che originano da apprendimenti derivati da eventi esterni o dalle relazioni con le altre persone. Per cui ad es. pensiamo di esser competenti in base alle proprie capacità lavorative o che gli altri sono affidabili in base a come le persone si sono comportate con noi.

È stato dimostrato che nelle persona depressa si attivano per lo più  pensieri negativi su di sé, sul futuro e sul mondo, che aggravano la sua visione pessimistica. Per cui egli ad es. inizia a considerarsi inetto ed incapace ed a pensare che tutti lo evitano o gli facciano richieste esorbitanti e che le sue sofferenze non avranno mai fine.

Nelle depressioni leggere l’individuo è in grado di comprendere l’irrazionalità di alcuni suoi pensieri negativi. Man mano che tali pensieri iniziano a diventare sempre più frequenti e pervasivi la persona perde gradualmente la sua obiettività.

 

Trattamento

Il trattamento cognitivo comportamentale è rivolto a contrastare i pensieri negativi attraverso varie modalità quali l’apprendimento di strategie utili a risolvere le specifiche problematiche; l’utilizzo di tecniche volte a migliorare l’umore ed a sviluppare una visione alternativa ed obiettiva della realtà circostante.

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